Angelo Paoli, nuovo Beato Carmelitano.

 

alt

 

Il terz’Ordine Carmelitano di Palmi, mercoledì 3 marzo u.s., nell’ambito della sua programmazione annuale, ha ricordato la figura del venerabile Angiolo Paoli, frate carmelitano, vissuto tra la fine del 600 e l’inizio del 700, in occasione della sua beatificazione che avverrà a Roma il 25 aprile prossimo. Il tema è stato trattato  con competenza e chiarezza  dalla prof.ssa Cettina Repaci, terziaria carmelitana.

Argigliano è un piccolo paesino della Lunigiana, ai piedi del monte Pisanino, avvolto alle spalle dall’imponenza delle vette dell’Appennino. E’ in questo minuscolo villaggio di una trentina di famiglie che il primo settembre del 1642 nacque Francesco Paoli, primo di sette fratelli.La sua famiglia, dedita all’agricoltura, era stimata dalla piccola società in vui vivevano per la loro onestà e per la loro fede semplice e forte.Francesco ricorderà più volte e con gratitudine l’educazione cristiana impartita dai genitori, i quali spronavano i loro figli all’esercizio delle virtù cristiane, ad avere orrore del peccato e a ricordarsi dei poveri che molte volte venivano soccorsi dai coniugi Paoli. In questo contesto familiare il piccolo Francesco visse gli anni della sua infanzia e della giovinezza, assimilando dentro di sé l’esempio ricevuto dai genitori e uniformando ad esso la sua vita. La morte della mamma, aveva dodici anni, fece nascere in lui il desiderio di intensificare la sua vita di preghiera e di dedizione agli altri.

Quanto in Francesco era andato maturando attraverso gli eventi della sua giovane esistenza, fu reso manifesto a diciotto anni, quando egli chiese al padre di accompagnarlo presso il vescovo di Sarzana, per chiedere di essere ammesso alla vita ecclesiastica e ricevere la tonsura. Nella quaresima del 1660, Francesco divenne chierico e ricevette gli ordini minori, rimanendo però in famiglia, come prevedeva la prassi vocazionale del tempo. Pur avendo in qualche modo già realizzato le sue aspirazioni vocazionali, Francesco sentiva forte in cuor suo la chiamata ad una vita di maggiore preghiera e penitenza; perciò chiese al padre il permesso di poter entrare tra i frati carmelitani del vicino convento di Fivizzano. Optò per il Carmelo per via della sua devozione alla Vergine Maria, coltivata fin dall’infanzia portando lo Scapolare del Carmine, e perché gli sembrava che quell’Ordine rispondesse meglio al suo sentire. Il 27 novembre del 1660, Francesco entrò come postulante presso il convento del Carmine di Fivizzano, insieme al fratello Tommaso. La comunità dovette essere così ben impressionata dalle intenzioni e dallo spessore umano e spirituale dei due giovani, che, appena tre giorni dopo il loro ingresso al Carmelo,essi iniziarono il loro noviziato a Siena. Francesco ricevette l’abito e da quel momento divenne per sempre fra Angelo Paoli.

Dotato di tutti i carismi propri degli appartenenti all’Ordine Carmelitano, egli incarna il modello più puro ed esemplare del frate carmelitano.

Obbedienza, spirito di servizio, umiltà e mitezza d’animo, contemplazione di Dio, orazione nel segreto della propria anima, ricerca del silenzio e della solitudine, furono le sue doti principali, oltre che, naturalmente, una vita attiva, dedita al sacrificio e all’aiuto di chiunque avesse bisogno, dentro il convento e fuori del convento,e nei posti più disparati, per le strade, nei monti, negli ospedali, nelle case. Dappertutto, dove c’era bisogno, ecco frate Angelo.

 Svolse il suo apostolato in Toscana prima, e a Roma poi, presso il Convento di San Martino ai Monti, dove venne chiamato dall’allora Padre Generale dell’Ordine per le sue virtù di santità e dedizione.
Conosciuto da tutti come “Padre dei poveri” ( iscrizione che Papa Clemente XI volle fosse incisa sulla sua tomba), dedicò tutta la sua vita all’assistenza ai malati e ai poveri e derelitti che accorrevano da ogni parte sicuri di essere da lui  beneficati ed aiutati.

 La sua alta spiritualità si manifestava soprattutto nei momenti della celebrazione eucaristica. Quando saliva all’altare, appariva come trasformato, quasi estatico, con gli occhi pieni di lacrime. Premetteva alla S. Messa una preparazione lunghissima, e spesso passava tutta la notte precedente in preghiera e penitenza. Dopo si ritraeva in disparte, e se qualcuno chiedeva di parlare con lui, nei momenti successivi alla messa, faceva rispondere che era occupato con un grande personaggio che era venuto a trovarlo.

La fama della sua santità, del suo profondo amore per gli altri, si estese facilmente per ogni dove, sicchè verso di lui affluivano non solo i poveri e gli affamati, per i quali egli ogni giorno trovava, non si sa come, di che sfamarli e rivestirli, ma ben altre figure importanti: personalità della Chiesa come anche nobili e titolati, i quali donavano, con molta naturalezza, discrete somme di denaro a padre Angelo, somme che egli puntualmente distribuiva ai poverelli che ormai accorrevano da ogni parte. Si acquistò in quegli anni l’appellativo di Padre Carità.

Gli vennero attribuiti tantissimi episodi prodigiosi: i pani che egli tirava fuori dalla sua bisaccia sembrava non dovessero finire mai; le sue elemosine ai poveri che incontrava per strada, privandosi egli stesso di quel poco che gli veniva dato, erano sempre rimpiazzate da incredibili ritrovamenti di borse ripiene di monete; la piccola zucca, da lui raccolta e segnata col simbolo della croce, cresceva a dismisura e divenne sufficiente a sfamare tantissimi poveri affamati; in un’altra occasione, l’uva, tagliata da lui in una vigna, sembrava non finire mai.

Ma egli possedeva anche una capacità profetica e taumaturgica eccezionale: una volta guarì un lebbroso col solo tocco delle moni e della bocca.

Può darsi che, tra tanti episodi fioriti attorno alla sua persona, alcuni possano essere stati inventati o sopravvalutati. Le testimonianze, però, ai processi per la beatificazione, furono tantissime e tutte degne della massima credibilità, considerate le alte personalità del tempo che si presentarono per offrire il loro contributo, riconoscenti per quanto il padre Angelo aveva fatto per loro.

Egli divenne il fulcro di una società mista tra potenti e pezzenti, muovendosi dagli uni agli altri senza mai perdere il contatto diretto con Dio, senza lasciarsi turbare dall’orgoglio di essere ricercato dai grandi signori di Roma, sempre proteso all’assistenza ai poveri e ai malati.

Amava infinitamente la Croce di Cristo ed egli stesso ne costruì una di ferro che pose su una collinetta tra Argigliano e Minacciano, perché fosse visibile a tutti, così come, quando era a Roma, ne fece erigere una all’interno del Colosseo: ancora oggi, la via Crucis del Venerdì Santo si ferma davanti a quella Croce.

Tra le sue opere di apostolato rivolte all’assistenza ai malati, merita di essere ricordato l’impegno profuso per la realizzazione di un convelescenziario, un istituto che raccogliesse i malati dimessi dall’ospedale e non ancora in grado di gestirsi autonomamente. In quest’opera, di valore altamente sociale, gli furono accanto personaggi della Roma bene, che non gli fecero mancare un sostanzioso aiuto economico.

Tutti, dunque, con le mani protese verso di lui in un gesto di fiducia e di dono; la sua figura divenne un centro attivo di carità mel mondo dei poveri, un centro attivo di ricezione nel mondo dei ricchi, un dare e avere che si riunivano in lui, un punto d’uncontro e quasi di fusione tra la miseria e la ricchezza, tra l’infelicità e la felicità.

Morì venerato come un santo il 20 gennaio del 1720; il  suo corpo venne esposto in chiesa per la venerazione dei fedeli e poi portato in processione tra la commozione generale.

Anche se ad Argigliano la sua memoria è stata celebrata tutti gli anni, soltanto in questo anno, dopo ben tre secoli, la Chiesa ha finalmente riscoperto la figura di questo santo frate, che ha dedicato tutta la sua vita all’amore per Dio e, in nome di questo amore, ai poveri e ai malati. Tra breve, sarà proclamato Beato e alla grande famiglia del Carmelo si aggiungerà così un nuovo astro, brillante esempio per tutti  di  preghiera e di apostolato.